Isobel News
"Milkwhite Sheets" - Indiepop.it
L'abbiamo seguita da sempre, a lungo, con particolare attenzione, come devoti cronisti delle sue microgesta, zombie-fan della sua impacciata bellezza adolescente, non meno che cantori della sua ondosa gentilezza. Abbiamo atteso anche che crescesse, e non capita mica spesso.
Tanti sono i motivi per cui da tempo dichiariamo amore incondizionato ed incorrisposto alla suprema icona del twee al femminile. Potrei affermare con una certa autorità su me stesso che "Milkwhite sheets" ne aggiunge un altro, e di ragguardevole peso.
Che Isobel sia, nei limiti della sua angelica, esile vocina un'entità artistica di meritevole eclettismo è cosa nota: dal pop sebastiano (che - tiè - senza lei colano a picco nell'anonimità saltellante d'un melodismo ritmatello e senza nerbo), passando per le cover cripto-jazzy di Billie Holiday, infino al collaborazionismo alcolico con Mark Lanegan, ha manifestato una curiosità pervicace, che si addice pienamente ad un degno oggetto di adorazione artistica.
Beh, per farla breve, cosa aggiunge oggi lei al suo arsenale di seduzione e cosa aggiungo io alla mia devozione imbecille? Attacchiamo in sordina dicendo pure che "Milkwhite sheets" è indiscutibilmente il suo capolavoro. Ma non un capolavoro pop, jazz o rock. Qui è il folk britannico ad essere filologizzato con certosina maniacalità e ad assurgere alle vette dell'Arte. Contate pure che su tredici composizioni solo sei sono conseguenza diretta della felice penna di Isobel. Il resto è tradizione, e non solo: trascendenza della tradizione, totale trasparenza spirituale dell'aria a se stessa, soffio spinto sull'orlo d'un mulinello d'ipnosi archetipica.
Lasciandosi trasportare dal flusso ammaliante del disco, vengono a galla pezzi di memoria che svariano dal Morricone Leoniano al Nick Drake bryteriano (esplicitamente citato nella sua gemellarità con l'amico Robert Kirby in "James"), dal canone shirleycollinsiano a minimalismi velvet/caliani (la straniante finale "Thursday's child").
Il disco è una ninnananna neuronale, un percorso di Swarovski che si muove liquidamente nel profondo, sino a giungere alla bellezza pura.
Non è esplicito, però. Non ci si aspetti di trovare strofe e ritornelli, melodie a presa rapida e segmenti da mix-cd. Intanto è opera da assumere nella sua interezza, nella sua perfetta omogeneità,
fors'anche lentezza e che inizia a parlare compiutamente di sé dal terzo o quarto ascolto in poi, quando la gentilezza del tocco e l'irrealismo dell'afflato si fondono nel desiderio di transustanziazione dell'ascolto. Quando le sue corde, entrando in vibrazione simpatetica con le nostre, non vorranno più adeguarsi all'esecrando outside world.
Da lì in poi, buona colite spastica a tutti.
Autore: Alessandro
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