Isobel Reviews
Isobel & Mark @Tunnel (Milano, 28/11/2010)
Se il buon giorno si vede dal mattino, fare la fila dietro Manuel Agnelli degli Afterhours è da considerarsi davvero di buon auspicio per il concerto di Isobel e Mark. Ovviamente, la fila l'ha fatta per due nanosecondi, lui, ma la sempliciotta di provincia che è in me ha avuto il suo attimo di soddisfazione nel trovarsi a così poca distanza da uno dei pochi rocker interessanti del Paese e nel vederlo farsi timbrare la mano con il logo del locale come tutti noi comuni mortali. (Tralascio del tutto il momento in cui Lanegan è uscito dal bus parcheggiato vicino all'entrata e si è fiondato dentro il club visto che, in quell'istante, ho avuto un leggero e decisamente non professionale tuffo al cuore che mi ha impedito di rendermi conto di ciò che stava succedendo.)
L'arrivo al locale si è rivelato fin dall'inizio leggermente drammatico (chissà come mai le vie, nella realtà, sono sempre incredibilmente più lunghe di come appaiono sulle cartine) e l'impatto con l'ambiente pure: il Tunnel è veramente una specie di tunnel – il soffitto non molto alto, poche luci fredde e una marea di gente stipata spalla a spalla. Molto underground, non c'è che dire, ma mi è salito comunque un leggero senso di tristezza alla gola nell'entrare in questo ex deposito delle ferrovie. Per fortuna, io e la mia amica (canonizzata a fine serata come santa, visto che mi ha dovuto sopportare in versione fan) siamo riuscite a sgomitare impunite fino a pochissimi metri dal palco, un po' laterali, dove avrei potuto vedere indisturbata i miei eroi (e praticamente nessun altro musicista, a causa delle casse). Mi è davvero dispiaciuto non avere una visuale completa della band ma l'alternativa era stare in mezzo al locale tra alti rockettari dai capelli fluenti e spesse giacche di pelle e non vedere praticamente alcunché, oltre a rischiare di lasciare tre quarti della birra media sul pavimento. Comunque non tutto il male vien per nuocere: abbiamo agguantato un posticino, infatti, appena oltre la linea non oltrepassabile del backstage, completa di bodyguard e un'infinità di custodie, tra le quali spiccava, candida come la neve, quella del violoncello di Isobel.
Il concerto si è aperto con una delle poche cose nella vita che mi terrorizzano davvero oltre alla disoccupazione cronica: il gruppo spalla. Le case discografiche hanno davvero un sesto senso nel recuperare artisti completamente estranei al contesto (vedi i Rapture che aprono per i Belle and Sebastian), cosa che non giova né ai musicisti in questione né al clima emotivo generale, col pubblico che sbuffa nella noia più assoluta. Si salva solo Jaymay, cantautrice newyorkese che ha aperto per i Bright Eyes a Ferrara qualche anno fa e che ora è tra le mie artiste preferite. Fortunatamente, in questo caso si è trattato di un songwriter solitario (e forse un po' alticcio) che, armato di chitarra, ha snocciolato qualche canzone con un fingerpicking ragguardevole in uno stile a metà tra i Death Cab For Cutie e Ryan Adams ma senza la grazia dei primi né il mordente del secondo – canzoni, insomma, da ascoltare mentre si chiacchiera con gli amici davanti ad una birra ristoratrice dopo una giornata in ufficio. Tornata a casa, ho scoperto che questo tizio altri non è che Harper Simon, figlio del ben più famoso Paul, e ho seriamente pensato che io e la mia amica dobbiamo possedere un dono da veggenti se solo un'ora prima stavamo animatamente discutendo sui figli d'arte che avrebbero fatto meglio a darsi al giardinaggio.
Arriviamo, però, al dunque.
Dopo venti minuti di arpeggi, sale finalmente sul palco la band e, sulle note suggestive di We die and see beauty reign, entrano Mark (the man in black) e Isobel, bionda e charmante come sempre anche se vestita con un'improbabile gonnellina in velluto beige. Il pubblico è silenzioso e attento, l'atmosfera sospesa nella poca luce che cade sulla coppia più strana del mondo, immobile nella penombra. Ci pensa You won't let me down again a risvegliare ritmo e animi, i quali però si quietano subito alle prime note di Come undone, che l'arrangiamento scarno del live (senza orchestra, cioè) rende ancora più eterna di come sembra su disco, nonostante la voce di Lanegan faccia vibrare tutti i nervi del corpo. Poco fantasiosamente, la canzone successiva è Snake song, che passa senza particolari problemi il testimone a Who built the road, pezzo che chiude la prima parte della scaletta, ricca di anima e potenza nonostante manchi, come ho già scritto, di un po' di fantasia nel seguire quasi pedissequamente la struttura iniziale di Hawk.
Segue una selezione di brani decisamente mal fatta, in cui sono stati raggruppati tutti i pezzi più folk-pop del duo come Honey child, what can I do?, Ballad of the broken seas, l'insopportabile To hell and back again (sentirla dal vivo è stata veramente un'esperienza da non augurare neanche al peggior nemico), Time of the season e Salvation. Non ho incluso in questo triste elenco The circus is leaving town per il semplice fatto che la voce di Lanegan trasforma tutto in oro e neppure Saturday's gone perché semplicemente la adoro ma neppure questa si salva del tutto, priva com'è del processo di accumulazione sonora che la salva dalla piattezza nella versione originale. Qualche lampo illuminante arriva con Black burner, nuda e profonda, col demi-blues di Come on over (turn me on) e infine Get behind me, canzone che non apprezzo particolarmente ma il cui ritmo rock'n'roll vecchio stile arriva davvero, in questo caso, come acqua fresca dopo il deserto.
Il concerto è formalmente finito. Per fortuna ci sono i bis a levarmi il gusto dolciastro e stanco che gli ultimi pezzi mi hanno lasciato addosso. Ad aprire quest'ultima (e salvifica) sezione del live, c'è Revolver, buia e solitaria come il suo autore, seguita da Ramblin' man, sicuramente uno dei loro brani migliori (se non IL loro brano migliore). Parte poi un piccolo siparietto leggero con (Do you wanna) Come walk with me?, canzone che riesce a lasciare un sorriso stampato in faccia anche al più depresso degli esseri umani. Il concerto si chiude definitivamente con una canzone di Lanegan, una delle mie preferite: Wedding dress; è inutile dire quanto abbia aspettato quel momento (sono soliti suonare una canzone di Mark ai concerti in coppia) e sono felice che la resa sia stata all'altezza delle aspettative, se non oltre.
Non posso dire, onestamente, che sia stato un concerto memorabile. Non è stato neanche orribile, intendiamoci. Ambiguo, strano, indefinito: questi sono gli aggettivi migliori per descriverlo e le ragioni sono molteplici.
Primo: la scaletta, davvero mal pensata. Si sarebbe potuto ovviare facilmente alla parentesi centrale così pop e monotona inserendo pezzi più sostenuti e risonanti tra una e l'altra ma, per qualche ragione che non riesco proprio a capire, si è preferito creare un terribile “sandwich” sonoro: parte prima potente, parte in mezzo leggera e inconsistente, ultima parte di nuovo viva e interessante.
Secondo: per continuare col discorso del paradosso (v. la recensione al disco), Isobel è stata praticamente inutile per tutto il concerto - la sua voce non riesce a stare in piedi da sola e ha imbracciato il violoncello pochissime volte, senza comunque grandi virtuosismi o sentimento, preferendo darsi ad una varietà incredibile di piccole e spesso inutili percussioni, creando anche un involontario sketch comico nel momento in cui, non trovandone una vicino alla sedia, ha praticamente setacciato il palco in ginocchio per cercarla. Anche dal punto di vista umano non è stata granché: al pubblico non ha rivolto né una parola né uno sguardo e l'unico momento di interazione con la band è stato per dare il tempo in un paio di occasioni. Sembrava stanca o comunque molto svogliata. Per fortuna, ha dei meravigliosi capelli biondi e un bel faccino per farsi perdonare e il pubblico non sembra essersela presa più di tanto per questa mancanza di cuore.
Terzo: gli arrangiamenti un po' troppo spogli. Certo, ovviare ad un'intera orchestra non è facile ma non è la mancanza di archi a farsi sentire quanto quella della fantasia, del gusto di suonare dal vivo per proporre alternative alle versioni su disco, per sperimentare. In questo caso, infatti, ci si è limitati a riprodurre quanto più possibile il suono originale. La band è stata perfetta però si poteva osare di più, visti i bravi musicisti che si sono scelti.
Sarò anche di parte ma Mark Lanegan ha davvero salvato il concerto, con un'anima infinita e una precisione tecnica quasi insospettabile per un figlio del grunge. Non è stato particolarmente più loquace o di compagnia della socia ma mi sarei stupita del contrario, vista l'aura di rocker maledetto che lo circonda. Però, per assurdo, è sembrato più alla mano di lei, quasi intimidito dai fan adoranti ma, al contempo, a loro riconoscente, offrendosi di firmare autografi alla fine del concerto.
Una volta uscita dal locale, ho realizzato come quest'esperienza non avesse cambiato di una virgola le mie idee su di loro e sull'ultimo album. Ma un microscopico e futilissimo fatto nel bel mezzo del concerto l'ha resa indimenticabile e unica: Isobel e Mark che si guardano e, per un qualche motivo, diventano umani e si mettono a ridere. Capite? Lanegan che ride. Credo capiti spesso quanto il passaggio nell'atmosfera terrestre della cometa di Halley. E io c'ero.
Agnese Ligossi
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