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PoorBest 
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Potrebbe anche darsi che il passato non abbia altra funzione che quella di essere rimpianto.
Potrebbe anche darsi che tu, ascoltando questo disco, resti deluso. Un po’ come quando torni in quel posto dove eri stato da piccolo, e tutto ti sembra cambiato: ti guardi attorno e non riconosci niente. Quello che amavi tanto - all’improvviso - non ti piace più.
Oppure. Potrebbe darsi che, superato lo choc iniziale, tu decida che “Dear catastrophe waitress” si merita un posticino accanto ai capolavori (“Tigermilk”, “The boy with the arab strap”) della tua band preferita.
Potrebbe darsi che alla fine tu condivida anche la scelta di un produttore così strano. Uno che ha seguito gente come Frankie Goes To Hollywood, ma anche le Tatu. (Va bene: tutti possono sbagliare, anche Trevor Horn).
Potrebbe darsi che tu metta su questo disco dieci, quindici volte. Anche tu sei tra quelli che ogni volta cambiano il livello del volume, per vedere che effetto fa. Questo disco ti piace di più a volume alto. In questo modo i “vuoti” sono meno vuoti, e che i “pieni” suonano più intensi. Mentre ascolti, ogni tanto, sorridi. Ti sembra che i “vecchi” Belle and Sebastian facciano capolino qua e là. Che compaiano tra le pieghe di un ritornello e se ne vadano di nuovo alla strofa successiva, poco alla volta, senza mai sparire sul serio: su tutto continua ad aleggiare il loro sorriso. Come quello del Gatto del Cheshire in Alice nel paese delle meraviglie.
Il fatto che Isobell Campbell se ne sia andata non pesa nemmeno troppo, pensi tu. In fondo c’è quel suo clone, Sarah Martin: quella ragazza che canta proprio come lei, e fa ancora più bella una delle più belle canzoni dell’album (“Asleep on a sunbeam”).
Certo: c’è che questo disco è più pop delle prime cose dei Belle and Sebastian, che poi erano le tue preferite. C’è che gli arrangiamenti sono più complessi e la produzione più pulita. Hai presente quando chiedi a tua zia se ti può tenere il bambino per un giorno, e quando vai a riprenderlo la sera lo trovi pettinato con la riga di lato?
Appunto.
Nonostante questo, “Dear catastrophe waitress” ti piace molto. Trovi che il titolo sia buffo e piacevole. Okay, ti manca quel modo geniale che aveva la band di descrivere sfumature di vita insignificanti e farle diventare riflessioni epocali. Ecco: questo disco - forse - non è epocale. Ma non puoi fare a meno di ondeggiare a tempo seguendo il ritmo delle canzoni. Ti godi l’inatteso “a cappella” di “Step into my office, baby” (che oltre ad aprire l’album è anche il primo singolo). Continui ad adorare la voce di Stuart Murdoch, colui che iniziò questo progetto anni fa, e che qui canta (bene), molto più che in passato. Ti godi anche le piccole sorprese che i Belle and Sebastian continuano a infilare qua e là: perfino gli schiocchi di dita che si sentono in “Roy walker” hanno un loro senso. Questo disco richiede un po’ di pazienza da un tipo esigente come te. Ti ci devi abituare, ma una volta dentro è fatta. Ti piace. Loro sono i migliori. Forse li difenderesti anche se facessero un album di rutti.


(Paola Maraone)

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