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Non so come, ma le cose succedono. Non vorrei sbagliarmi, ma sembra che succedano.
Potrei supporre che più netta è l'impalcatura concettuale che la mente costruisce, più l'oggetto 'impalcato' assume consistenza in quanto appunto "oggetto". Più un oggetto è coagulato attorno alla sua definizione più necessariamente subisce l'assalto del tempo. In altri termini: più un concetto è definito, più dura è la sua scorza, prima verrà superato.
Viceversa, ciò che per irresolutezza o profonda saggezza lasciamo "sciolto" dentro i suoi abiti più larghi, si adatta con più disinvoltura al divenire, sopravvivendo all'umana impellenza di formalizzare il disordine della storia in categorie, siano esse morali, metafisiche, estetiche.
Possiedi le coordinate di un gruppo pop nella mente, ti ricordi di averle fissate ascolto dopo ascolto, e poi all'improvviso, con un guizzo di perspicuità meta-cognitiva, scopri che la definizione che hai distillato e mantenuto (complice il recensore) ha totalmente rimpiazzato il "gruppo", la sua musica e fors'anche le sensazioni che hai provato quando erano giovani e forti e belle.
Ho 'sto disco fra le mani, e il concetto aleggiante della grandezza del gruppo che lo ha prodotto.
Buona parte delle definizioni caduche di Belle & Sebastian svaniscono. Rimane la grandezza.
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Nella mia mente, da almeno un lustro, Belle & Sebastian sono l'antonomasia non solo del concetto d'indiepop, ma anche uno dei tre o quattro
centri vivi e pulsanti della storia del rock, ovvero uno dei luoghi in cui lo Spirito della musica popolare privilegia sostare, mentre posa per i fotografi del senso storico.
In più, Belle & Sebastian, in linea di successione diretta avevano raccolto il testimone da artisti la cui fralezza emotiva ha immemorabilmente
imprintato le più segrete corde di più di una generazione.
Pensavo a Donovan, Nick Drake, gli Smiths, i Felt.
Di ognuno di questi giganti conservava un tratto fondante, componendolo ad arte sotto le credibili direttive d'una sensibilità in cui levità ed ironia adornavano un serbatoio poetico pressoché inesauribile.
Tutte queste cose, più le vocine di Stuart, Isobel, Stevie & Sarah, ognuna con la sua specifica modulazione di
mood, ognuno col suo apporto al
songwriting complessivo, su cui indiscussamente il ruolo primario è di Murdoch.
Ogni disco marchiato B&S, nel rispetto di queste caratteristiche, è stato un tripudio dimesso (mi si perdoni l'ossimoro) d'intimismo logorroico (e due) e di colorata diafanità (e tre).
Poche bands possono permettersi tre ossimori nella stessa recensione.
Ora però, lasciate perdere la vostra (e la mia) idea preconcetta di Belle & Sebastian e provate a dare un riascoltino a "If you're feeling sinister", ai suoi involuti ghirigori (quattro) d'acustica malinconia, e poi all'inquieto classicismo (cinque) di "The boy with the arab strap". Li avete fissati? Bene, potete estendere il tutto anche all'itterico "Fold your hands child".
Sembra tutto facile: "embè, questi sono i Belle & Sebastian". Poc'altro da aggiungere. Sembrerebbe.
Poi qualcosa succede. Non so come, ma succede.
Esce Jonathan David, esce "Storytelling", esce "I'm waking up to us". Ma cosa è "davvero" successo?
Beh sì, Isobel è amichevolmente andata per dedicarsi a se stessa e ai suoi puttini, ma ciò non basterebbe a spiegare.
Provo ad azzardare: i B&S, consapevoli della riuscita della propria formula nondimeno avvertono il fiato del tempo sul collo. Quattro dischi magnifici (includendo la prematura maturità - sei - di Tigermilk) di magnifica bellessebbastianità sono sufficienti. Lì non c'è altro da aggiungere.
Murdoch scrive delle deliziose cantilene per un falsetto delizioso, ma oltre c'è solo Murdoch che continua a scrivere deliziose cantilene per un falsetto delizioso.
E in fondo non c'è niente in particolare in quei dischi che affermi la necessità di campare solo di malinconia. Posso anche immaginare che l'ascesa a band di culto, gli onori e il peana della critica, l'incremento delle vendite abbiano reso la combriccola mediamente più allegrotta.
E allora?
Ogni generazione ha il suo Dylan gone electric.
E allora sono più che lieto di annunciare il primo vero capolavoro della fase "bandistica" di Belle & Sebastian.
Commisuriamolo sul suo proprio metro, non cerchiamo improbabili paragoni col passato: "Dear Catastrophe Waitress" è un disco m i c i d i a l e.
Non è un disco di B&S ed è massimamente un disco di B&S, ecco l'ossimoro fondamentale, il sospetto alla base del principio di non-contraddizione.
La puntualità, la spartana economia delle vecchie composizioni si è allargata a dismisura; ma attenzione: non hanno semplicemente preso ad aggiungere arrangiamenti e ad articolare di più le canzoni.
Qui non c'è una sola nota fuori posto ora come allora. Murdoch sta diventando - oltre a ciò ch'era già ovvero: un individuo dotato d'una spiccata personalità musicale - semplicemente un grande musicista. E parlo anche di tecnica.
Parlerei poi di affiatamento, di cristallina pulizia dei suoni e delle trame sonore pur nello strabordante calderone di fiati, vibra, xylo, ditta-foni, piani e organi elettrici e tutto il resto bacarachianamente inteso.
V'è una sola canzone che fa (quasi) eccezione, perché avrebbe potuto appaiare "Fox in the Snow" o "Simple Things" ed è "Lord Anthony". Inequivocabile. Ma sentite gli archi che ogni tanto partono dal delizioso falsetto cantilenante. Niente di quella profondità è andata persa, piuttosto s'è tutta spalmata sulla superficie, evitando ogni facile banalità o fiacca creativa.
Questo
long playing è piuttosto un
tour de force, un mostro di sensibilità e mestiere, un ascolto remunerativo come poche cose oggidì.
Dai galoppanti sentieri percorsi dalle chitarre
twang di "Step into my office, baby", passando per l'amabile duetto Sarah-Stuart di "Asleep on a sunbeam" fino alla sorprendente conclusiva "Stay loose" ch'é un semi-robotico sincopare d'echi e dubbi new wave "Dear Catastrophe Waitress" è una cavalcata elettrizzate, sarabanda gaudiosa che distribuisce frizzi e lazzi senza tenere nulla per sé.
Il capolavoro
estroverso di Belle & Sebastian.
E questo non è (più) un ossimoro.
Alessandro