Home News Simple Things Lady Hawk (Down?)
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È incredibile come la vicenda Campbell-Lanegan diventi sempre più paradossale. Certo, sono già una coppia bizzarra per il solo fatto di esistere, fisicamente e umanamente parlando, ma è l'aspetto musicale a presentare i risvolti più particolari. Cominciamo dall'inizio.

Ballad of the brokes seasCapitolo 1 - La sorpresa

Ballad of the broken seas è stato, a suo tempo (2006), una sorpresa del tutto imprevedibile: Isobel aveva già dimostrato in Amorino di essere molto più di una piccola cantautrice indie ma l'unione della sua leggiadria musicale con la voce antagonista e vibrante di Lanegan riesce a mostrare anche il suo lato profondamente umano, magnetico nella sua essenzialità: le due voci giocano con la loro diversità e si intersecano continuamente creando un affascinante itinerario sonoro.

 

 

campbell_lanegan_sundayCapitolo 2 - L'esperimento (into the blues)

Due anni dopo, con Sunday at the devil dirt, i nostri eroi lasciano più spazio alla sperimentazione:

l'apporto americano di Lanegan si fa sentire in modo più netto (basta fare un confronto con la sua produzione solista prima di Bubblegum) e Isobel lo segue a ruota dando all'album un inconfondibile tocco tomwaitsiano, già preannunciato in The circus is leaving town e che continua in pezzi come The flame that burns. Rispetto a Ballad of the broken seas, però, questo secondo capitolo fa intravedere delle crepe qua e là nella struttura - forse dovute al carattere sperimentale o al poco tempo passato dalla scrittura alla registrazione, chissà; fatto è che questa 'americanizzazione' porta spesso ad una reiterazione di motivi di per sé interessanti ma come in bozza, non ancora perfettamente lavorati ed equilibrati, e rende a volte il cantare di Isobel più un accessorio che un complemento indispensabile, rompendo quell'amalgama che contraddistingueva il lavoro del duo (Come on over (turn me on), The flame that burns). Sappiamo tutti come la voce di Isobel sia una non-voce, insopportabile a molti, ma la sua bravura come compositrice nei primi lavori era stata proprio quella di riuscire a cucirsi canzoni su misura, adatti a quello che voleva e, soprattutto, poteva esprimere (come Carmen Consoli in Stato di necessità); qui, invece, pezzi come Shot gun blues, che richiedono una voce calda e matura, mostrano tutti i suoi difetti, dalla debolezza dell'emissione vocale alla sua bidimensionalità – difetti che sono altrove tranquillamente trasformati in pregi, come in Revolver, Saturday's gone oppure Who build the road e Keep me in mind sweetheart, per rimanere in ambito Sunday. È un disco più per Mark Lanegan che per Isobel Campbell, insomma, nonostante sia proprio lei (e qui arriviamo al paradosso) ad occuparsi di quasi tutto, dalla scrittura alla produzione. Per fortuna, il suo tocco inconfondibile rimane negli arrangiamenti per orchestra, di sapore vagamente anni '70, con cui riesce di volta in volta a dipingere un deserto dell'Arizona (Who built the road e Seafaring song - so che dovrebbe rimandare al mare ma la mia mente funziona così) o buie stanze di motel (Come on over).

hawkCapitolo 3 - Chi siamo? Dove andiamo?

Dopo essere salpata verso Ovest con Ballad of the broken seas ed aver esplorato – incerta ma curiosa – terre straniere al suono di Sunday at the devil dirt, con Hawk Isobel trova finalmente casa negli U.S.A. La sensazione, però, è che non si tratti di un acclimatamento del tutto positivo: infatti, per quanto la nostra eroina sia ormai una maestra nell'usare il materiale autoctono plasmandolo secondo tradizioni locali, non si può non avvertire una sfumatura di disillusione da eterni forestieri mentre si ascolta Come undone o To hell and back again trascinarsi senza speranza per un tempo che sembra secolare. La tecnica è perfetta ma spesso manca calore, manca il sangue. Il risultato è un album stanco, spesso senza troppa cura nelle linee vocali (raramente si va oltre l'intervallo di ottava nelle seconde voci e Isobel ormai rasenta davvero il puro sospiro) e con brani che sembrano nati da idee appena sbozzate ma non rifinite, ripetute a loop per raggiungere i minuti necessari per costruire un album vendibile (vedi Lately e Time of the season, in cui la voce di Lanegan è imperdonabilmente sprecata, e Get behind me, un boogie-woogie quasi perfetto se solo durasse la metà dei suoi cinque minuti).

Fortunatamente, non mancano pezzi di cuore sparsi qua e là: You won't let me down again è un brano da whiskey degno del miglior Lanegan mentre Sunrise, esempio di perfetto bilanciamento tra parte strumentale e voce, unisce la Nancy Sinatra dentro Isobel con la sua vecchia anima indie-pop alla Gentle Waves. Anche We die and see beauty again è una piccola perla, una ninna nanna di fantasmi che riprende nella struttura e nell'atmosfera le altre tracce d'apertura dei due precedenti album (Deus ibi est e Seafaring song).

Una piacevole (ma ambigua) sorpresa di Hawk è la presenza del giovane cantautore Willy Mason come voce principale in No place to fall e Cool water: il suo timbro molto folk, splendido per i pezzi scelti, si mescola bene alla vocina di Isobel ma, ad essere sinceri, questi brani sarebbero stati perfetti anche per la voce di Lanegan. Alla domanda sul perché di questa 'sostituzione', mi rispondo che probabilmente sarà pura voglia di collaborazione, anche se una parte di me teme una lenta ma inesorabile collisione della coppia Lanegan-Campbell (anche se, forse, è davvero tempo di aprire altre porte).

Un altro segno di stanchezza, chiamiamola così, potrebbe essere la presenza di ben due cover, entrambe di Townes Van Zandt (musicista folk molto conosciuto in America): nonostante possa essere una scelta di 'comodo', bisogna però ammettere che Snake song e No place to fall sono due delle canzoni più belle dell'album; anzi, sono proprio ciò che Hawk poteva (e doveva) essere e invece non è che a metà: ruvido e intenso, con un angolo di anima malinconico come il crepuscolo da una veranda nel bel mezzo del Tennessee.

Tracce consigliate: You won't let me down again, Snake song, No place to fall

Isobel Campbell & Mark Lanegan from Wes Olson on Vimeo.

 

(((thedreamdigger.tumblr.com)))

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