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Viaggi onirici ad occhi aperti: gli Orange LEM
Ci ho messo tanto tempo a scrivere questo post. Troppo. È imperdonabile.
Ma è così difficile scrivere delle cose che si amano (non parliamo poi delle persone). Le critiche scivolano veloci tra le dita, pigiano con leggerezza i tasti del computer, creano metafore a getto continuo, neanche si riesce a rendersene conto. E poi funzionano: si rilegge quanto scritto e si aggiusta solo una virgola qui e una congiunzione là – fatto, finito, efficace.
L'amore a parole, invece, è sempre troppo: troppo semplicistico o troppo complicato, troppo modesto o troppo infuocato, troppo costruito o troppo ingenuo. Si cancella e si riscrive furiosamente, cercando l'espressione perfetta, che descriva quello che sentiamo così com'è, senza aggiungere merletti e senza togliere fascino. Nel caso della musica, si vorrebbe girare per strada tendendo agguati sonori ai passanti, infilando le cuffiette nelle orecchie a tradimento per far immergere il mondo intero in quella nuova, esaltante bellezza appena scoperta e che le parole non riescono ad esprimere.
Questa la mia giustificazione per il ritardo. Prima di assolvermi o condannarmi, siate stalker di voi stessi per conto mio e suonatevi David is a narcoleptic man degli Orange LEM dall'inizio alla fine, per tutte le volte che volete. Scommetto che saranno molte. Non riuscirete a rimanere indifferenti. Quest'album è a suo modo perfetto: perfetto il progetto iniziale, perfetta la coscienza e la volontà che l'hanno portato avanti, perfetto il suono che le idee hanno trovato per esprimersi. È un viaggio onirico ed evanescente che travalica i contorni musicali per trovare ispirazione nel cinema di David Lynch e i libri di Jonathan Coe, e si sente. È un disco di luci, da quella obliqua dei pomeriggi autunnali che fa danzare la polvere del salotto (Toast to a butterfly) a quella della notte, fredda e distante tra lampioni ed insegne luminose (The house of sleep, Hvalba, Jackie Kennedy), e di piccole parole che tolgono la polvere dalla vita di tutti i giorni per renderla un po' meno anonima.
Sì, David is a narcoleptic man è davvero un album pressoché perfetto e concorderete con me anche nel caso che non vi piaccia. Perché, con questo disco, gli Orange LEM hanno avuto il cuore di riconsegnare alla musica indie il suo significato originario, quello di indipendenza - non solo dai legami discografici ma soprattutto dal fastidioso cappio dello “stile indie” (definizione che non ha assolutamente senso, a ben vedere, ma che ha prodotto in tempi recenti una miriade di band pressoché uguali tra loro e dalla vita effimera quanto quella di una farfalla, che di rado supera il primo album): hanno sperimentato suoni e strumenti, hanno reinventato il loro passato pop riprendendolo da un'altra angolazione e lo hanno reso instabile e sempre in movimento (My orange shelf), hanno addirittura preso spunto dagli anni Ottanta senza nessun timore, arrivando a migliorare in maniera sensibile una canzone dei Visage (Fade to grey).
E poi hanno creato un brano come Geometric Woman: un piccolo gioiello dalla bellezza disarmante, che vi lascio come eredità sonora per questo autunno.
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