Home News Simple Things 50 words for snow
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kate bush-50_words_for_snow_aKate Bush è Kate Bush. Non è un'ovvietà tautologica ma l'assioma di partenza per riuscire a capire un'artista funambolica, una fata della musica imprevedibile che non si adagia mai in suoni comodi. Nel bene e nel male. Perché, com'è già stato scritto in un autorevole sito di musica, la cantante inglese da sempre passeggia sul filo del rasoio tra il sublime e il ridicolo, ondeggiando pericolosamente da una parte all'altra senza soluzione di continuità. Ecco quindi che perle preziose come Wuthering Heights, The Kick Inside e England My Lionheart si ritrovano a convivere con pezzi dal gusto discutibile come Oh To Be In Love o l'arrangiamento pop anni '80 di Running Up That Hill; per non parlare dell'aspetto video, che da solo meriterebbe un articolo intero. La sensazione che questo oscillare tra genio e grottesco dà è di un'artista che non si rende pienamente conto del suo talento – riesce ad intuirlo ma non sa di preciso che forma dargli e spesso prende strade che le fanno perdere la tramontana invece che portarla vicino alla soluzione, come quella della ricerca estenuante di un'arte totale in cui unire musica, teatro, danza e arte visiva. Certo, ora Kate Bush non è più la ventenne pop appena scoperta da David Gilmour ma una vera lady della musica, le sue scelte artistiche si sono fatte più mature e varie; eppure il suo fiuto tuttora la inganna, sviando a tratti la sua voglia di sperimentazione su terreni scivolosi. 

Non fa eccezione neanche un concept album così magico e intimo come 50 Words for Snow, uscito lo scorso novembre appena in tempo per fare da colonna sonora al nostro inverno. Il titolo proviene dalla leggenda (falsa ma comunque affascinante) delle cinquanta parole diverse che gli eschimesi usano per indicare la neve e Kate Bush usa altrettanti espedienti per descriverla, mescolando pianismo classico, minimalismo, jazz e, soprattutto, vocalità inusuali. Come la voce del giovanissimo figlio Bertie nel pezzo di apertura, Snowflake, in cui il ragazzo interpreta il ruolo di un fiocco di neve che cade danzando e si augura che qualcuno riesca a sentirlo in mezzo al frastuono del mondo. Un pianoforte costante e sommesso mescolato a percussioni ovattate fa da sfondo a questa voce bianca ancora incerta che oscilla tra parlato e acuti di cristallo, con il sempre uguale intercalare tranquillo della voce qui morbidissima della musicista inglese. Anche il brano immediatamente successivo, Lake Tahoe, inizia con un duetto classico tra le voci da tenore e contraltista di Michael Wood e Stefan Roberts, in contrasto con la parte quasi jazz che Kate Bush riserva per sé e per il suo timbro vocale lontano dalle altezze vertiginose dei primi anni di carriera ma più caldo e umano. La nuova vocalità matura della Bush continua in Misty, una storia d'amore tra una donna e un pupazzo di neve che è destinato a morire in una miriade di gocce d'acqua dopo una notte passata assieme – un testo decisamente bizzarro, che lo struggente arrangiamento strumentale e melodico rende davvero tragicomico. Altrettanto strano è il primo singolo estratto dall'album, Wild Man: la sonorità elettronica della Bush degli anni Ottanta di questo brano, la vocalità parlata della cantante nelle strofe e quella corale un po' anni Settanta di Andy Fairweather Low nei ritornelli stridono un po' con l'argomento del pezzo, tutto incentrato su un gruppo di esploratori che, sull'Himalaya, trovano tracce del leggendario uomo delle nevi ma le cancellano, per preservarlo dall'attenzione ossessiva del mondo. Snowed in at Wheeler Street, invece, è un lungo dialogo tra due amanti costretti a non incontrarsi mai, impersonati da Kate Bush e nientemeno che Elton John. Neppure le due voci si mescolano mai: in otto minuti, i due si danno botta e risposta di continuo, sopra un tappeto sonoro sempre uguale e un po' monotono che solo sporadicamente si apre in esplosioni musicali e testuali mentre i due cantano di non volersi perdere mai più di vista. Si arriva così al brano che dà il titolo all'album, dove l'attore Stephen Fry elenca cinquanta diverse parole (per la maggior parte inventate dalla stessa Bush) che indicano la neve, incalzato dalla cantante che, oltre a spronarlo qua e là a proseguire cantandogli quanti termini deve ancora elencare, indica in modo maniacale il numero corrispondente ad ogni parola. Il tutto si adagia su un tessuto ritmico incalzante dal sapore decisamente jazz che si estende senza variazioni apprezzabili per più di otto minuti, nei quali si susseguono lontani echi di tastiere e tremoli di chitarra. Among Angels, infine, chiude il cerchio tornando alle sonorità classiche e alla poesia evanescente dei primi due brani: Kate Bush riprende la sua voce cristallina per cantare di speranza, di come siamo tutti circondati da un alone di angeli ai quali affidare la nostra vita stanca e in 

Kate BushSnowflake, Lake Tahoe e Among Angels: ecco la triade di brani che rende 50 Words for Snow degno di essere stato scritto. Ed è un peccato che tutta questa poesia e ricerca sonora sia stata vanificata da qualche delirio pop o pseudo-progressive dei brani centrali, come l'elenco infinito della title track, la noia di Misty o il duetto tutt'altro che appassionante con Elton John. Senza contare la lunghezza dei brani: che questo non volesse essere un disco pop da radio lo si era intuito però una condensazione migliore delle idee sarebbe stata più efficace e spettacolare del loro annacquamento in pezzi che non finiscono mai (un'eredità a metà tra il jazz e la classica). Così facendo, l'album si trasforma spesso in una colonna sonora, di qualità molto elevata sicuramente ma pur sempre una colonna sonora, di cui ci possiamo tranquillamente dimenticare mentre pensiamo ad altro.caduta libera per comprendere che non importa chi siamo, al mondo, c'è sempre qualcuno che ci ama anche se non ce ne rendiamo neanche conto.

Ma Kate Bush è Kate Bush: una miscela testarda di ossimori. Prendere o lasciare. In questo caso è molto meglio sorvolare sui difetti per potersi immergere nell'atmosfera rarefatta e bianca della sopracitata triade di brani che profumano davvero come l'aria prima della neve e sono gelati come il freddo che pizzica le guance. Anche i video di animazione che accompagnano Mistraldespair (un estratto di Misty) e Wild Man sono grigi e luminosi come una giornata di neve. E se proprio non nevica e neanche fa così tanto freddo, non fa niente: chiudete gli occhi e costruitevi un inverno perfetto tornando un po' bambini e ascoltando queste storie di ghiaccio, magia e strane creature che si sciolgono nella nebbia.

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