Eh sì, li ho dati per spacciati troppo presto. Oddìo, tralasciando Storytelling (nient'altro che una soundtrack in fondo), a dire il vero già i due singoli usciti a raffica nel 2001 (Jonathan David e I'm Waking Up To Us) facevano ben sperare, riscattando quel Fold Your Hands Child (2000) che pur non risparmiandosi qualche sprazzo di classe antica finiva però nelle secche tra maniera e accademia. Curioso come di quel tribolato predecessore Dear Catastrophe Waitress riprenda il colore dominante della copertina, solo qualche grado più scuro (giallo ocra anziché paglierino), soprattutto pensando a come ogni lavoro dei Belle And Sebastian - ep compresi - si caratterizzi per un ben preciso cromatismo (al punto che familiarmente li si chiama “album rosso”, “ep marrone” e via discorrendo).
Chissà, forse un tentativo di continuità opposto alle numerose discontinuità consumate negli ultimi due anni, dall'abbandono di Isobel Campbell e Stuart David (rispettivamente dedicatisi a Gentle Waves e Looper) al cambio di etichetta (la gloriosa Rough Trade in luogo dell'intima Jeepster). Con tutto ciò, non avrei immaginato che il combo dell'ineffabile Stuart Murdoch - oggi più che mai val bene sottolineare questa egemonia - tenesse l'arma segreta in caldo per il quinto album, che scozza le carte e distribuisce mani vincenti costringendoci di fatto a dare partita vinta ad una carriera - ebbene sì, non ci sono più alibi - importante.
Non più solo fenomeno di marginale tenerezza dunque, non più giovanile brusio periferico pasturato a spleen e mal di cuore, nella polpa di trepido spaesamento esistenziale: tutto ciò rimane come approccio ad una trama più ricca e sbrigliata, quel narrarsi comunque a cuore nudo anche nel pieno di una maturità talmente conseguita da farsi invisibile, quella voce (quelle voci) che è pur sempre la voce del miglior amico che non hai mai avuto in mezzo ad un caleidoscopio di idee, un florilegio di sorprese, la padronanza mostruosa delle orchestrazioni.
Insomma, ai B&S mancava solo di farsi produrre da un piuttosto sputtanato Trevor Horne e puntualmente sovrastarne la presenza, inglobandolo di fatto nell'esuberanza compositiva, nel groviglio di idee e tenerezze, renderlo così organico al progetto da farlo svanire all'ascolto. Non gli mancava che questo dicevo per sciogliere qualsiasi dubbio circa la loro ormai conseguita grandezza.
Ci immergiamo così in un baluginare imprendibile di vibrafoni, nel mantice madreperlaceo degli archi, tra sfarfallii d'elettroniche e fiammate d'ottoni, pizzicamenti di corde e ricami d'organino, drumming compressi e charleston sprimacciati. Il buon Trevor sovrintende con buoni risultati, asperge su tutto una patina di plasticosa precisione, ma è chiaramente al servizio: ben più evidente è il dipanarsi frizzantino delle forme a braccetto con i trapassi emozionali, la febbrile giustapposizione dei modi stilistici che non fa a pugni con la naturalezza della scrittura - anzi! - riuscendo addirittura a sembrarle organica (ed è quasi un miracolo).
Basterebbe la prima traccia, quella Step Into My Office Baby il cui marchingegno melodico (in effetti non eccelso) non è che un pretesto per scomodare buone vibrazioni Beach Boys e l'Elvis Costello giovane: l'umore si distende ed elettrizza, scarta e s'incanta fino a farci perdere il filo, fino a quella lattescenza d'archi (sintetici?) che acciuffa lo spegnersi della voce, tiene sollevato il bridge su una nuvola per poi scaricarlo su sbuffante rapido country blues... Basterebbe questa dicevo ad annusare l'andazzo, che poi dirige con la massima disinvoltura verso serici sdilinquimenti northern soul (If She Wants Me), jingle jangle coniugati wave (Wrapped Up In Books), morbidi scheletri folk (Piazza, New York Catcher), boogie contagiati hip hop (Roy Walker) e certi pop ripieni come caramelle che non sfigurerebbero nel repertorio degli Abba (If You Find Yourself Caught In Love).
Non mancano, naturalmente, evocazioni di quelle calligrafie indolenzite & impalpabili che hanno reso la ditta tanto rinomata (un po' Drake, un po' Donovan, un po' Left Banke), di cui Lord Anthony (non a caso risalente a qualche annetto fa) rende degna apoteosi. Così come non mancano decisi "strappi" umorali, dalla title track (bailamme sinfonico flamencato in precario equilibrio up tempo) alla conclusiva Stay Loose (il pezzo più "plastificato", funk cibernetico sulla linea di tiro di una psych sgangherata, il delirio semiserio dei Devo nei versi e l'irruenza festaiola di certi Clash nel chorus, un organo che spruzza euforico/euforizzante, assoli RnB di chitarra, la voce avvolta in un gel beffardo).
Fresca la scrittura, articolata ma non pedante la realizzazione. Interpreti sempre "sul pezzo", come si dice. Tra gli ascolti recenti è quello che più si avvicina ad una certa idea di complessità piaciona (che è un modo meno antipatico per dire "pop di qualità"), fruibile a più livelli, ottimo come sottofondo e soddisfacente all'approfondimento. Bentornati Belle And Sebastian, anche se non siete più voi. Soprattutto per questo.
(7.5/10)
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