A quanto pare ad ogni recensione di "The Life Pursuit" è necessario allegare una filippica che spieghi l'ovvio, organizzata più o meno così: guardate che i B&S sono cambiati, non sono più la stessa band di "When You're Feeling Sinister" bla bla bla. Non posso esimermi, è nel contratto, nel manuale del piccolo recensore. Davvero.
Eppure confesso: sulle prime ho pensato che il sesto album di Belle And Sebastian fosse uno scherzo, un falso clamoroso. Non capivo perché i blog ne parlassero con nonchalance come del "nuovo album di B&S" quando era tanto palesemente una truffa.
Ho aspettato che si rinsavissero.
Poi ho capito: era colpa mia. Stavo elaborando un lutto.
La veglia è terminata quando la radio ha sputato a sorpresa un pezzo così familiare da essermi subito caro, rendendo evidente che non erano i pochi ascolti precedenti di "Another Sunny Day" a restituirmi quella sensazione, ma la sua debita appartenenza alla storia di B&S, a dispetto dei commenti delusi e delle nuove aspettative che seppelliscono ogni nuovo disco di Murdoch e compagnia.
(pronti?)
E allora, mentre i Grandaddy si sciolgono qualche considerazione la si dovrà pur fare: ragazzi, dopo sette anni di onorata carriera non c'è molta scelta: o si cambia (e per davvero) o si riposa in pace, da vivi o da morti non fa differenza. Qualcuno ha il coraggio di ascoltare dall'inizio alla fine un disco nuovo dei REM o degli U2 oggi? E' molto meglio l'oblio dei Grandaddy. Oppure si può incenerire la propria carriera precedente e provare ad iniziarne una nuova.
Murdoch ha oculatamente ponderato la scelta; l'allontanamento di Isobel gli è servito da pretesto – e che pretesto – per mettersi a lavorare con rinnovata consapevolezza su quello che rimaneva di B&S, per costruire un futuro credibile alla band che aveva così attentamente nutrito, per darle finalmente un'età adulta.
Quell'età è adesso e che piaccia o no è figlia di un percorso coerente che consentirebbe al Murdoch di qualche anno fa di non sputare in un occhio alla sua controparte odierna. E' comprensibile che i figli e i fratelli di quella sensibilità così candidamente ostentata si sentano traditi: a loro il futuro non interessava, ma diamo merito a chi in quel futuro – per quanto improbabile - ci ha creduto e investito. Dylan goes electric, baby.
Tanti ascolti dopo, "The Life Pursuit" si è indubbiamente rivelato un album di Belle & Sebastian da cima a fondo, una naturale evoluzione di "Dear Catastrophe Waitress"; ma se quel disco guardava all'ideale, convertendo in istanze classiche e solari la purezza del songwriting di Murdoch, quasi a volersi confrontare con i grandi del genere, TLP accetta di sporcarsi, scende in cortile e si insozza nel fango insieme ai cugini che un tempo disdegnava: soul e country, Motown e glam, T-Rex e Bee-Gees.
Le canzoni si permettono voli pindarici prima vietati, semplicemente perché hanno smesso di vergognarsi: la progressione di basso e i trucchetti d'arrangiamento di "Funny Little Frog" un tempo blasfemi congiurano oggi uno splendido primo singolo, il rock 70 e la padronanza dei grooves sfoggiata da "The blues are still blue" sono l'epitome del catchy, come i riffoni alla T-Rex di quella "White collar boy", che mette a frutto un decennio d'esperienza in armonie; e tanti sono i suoni stipati in ogni pezzo che quasi non ci si accorgere dell'assenza degli archi, privazione simbolica che sancisce la rottura con il passato recente e la necessità di reinventarsi.
E poi ok, magari c'è qualcosa che non va nel modello Steviewonder di "Song For Sunshine", ma il gioco della band è troppo pericoloso per non combinare almeno una frittata.
Quello che non cambia, ed anzi migliora con il tempo, è la capacità lirica di Murdoch, sempre in grande spolvero e capace di adattarsi tanto all'esaltata grandeur musicale quanto ai rari momenti di intimismo: le due parti di "Act of the Apostles", le vivide immagini della fuggitiva "Sukie in the graveyard", persino la finta allegria di "Another Sunny Day" restituiscono quadretti autentici di vita, come capitoli di una storia a puntate, che raggiunge il climax emotivo nell'affranta reinescenza di "Dress Up in You", sorta di resa priva di astio ad una amica/rivale, e più in generale al peso dell'esistenza.
Non posso sapere per quanto tempo ci accompagnerà The Life Pursuit, se la sua forza propulsiva si dimostrerà limitata a pochi mesi come quella di Dear Catastrophe Waitress o getterà la basi per un nuovo culto, tanto più numeroso e meno devoto del precedente; e quindi accetto di buon grado obiezioni al mio ritardato entusiasmo. Ma che non si parli di perdita di identità: mi pare piuttosto che non esista oggi un gruppo altrettanto sicuro delle proprie scelte, così intimanente coerente con il proprio percorso personale, tanto conscio del proprio passato da volerlo/saperlo rivisitare con la consueta dolcezza pur in un album dichiaratemente sopra le righe come questo.
You can't go home again. I B&S sono morti, viva B&S.
Autore: Salvatore
Link: http://www.indiepop.it/bands/bes.htm
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