Recensioni Concerti

Dopo un’attesa che si stava facendo estenuante, finalmente i Belle & Sebastian tornano in Italia. Per un unico imperdibile appuntamento in occasione del PlayArt Festival di Arezzo. Rassegna dal cartellone altrimenti trascurabile per la prevalenza di nomi triti e ritriti della scena italiana. E che invece ruba idealmente al Ferrara Sotto Le Stelle l’evento dal sapore urbano più atteso dell’estate 2010. Il concerto sarà pure in un parco, nella fattispecie quello della fortezza medicea, in cima all’arroccatissimo centro storico medievale della città toscana. Ma si respira quell’atmosfera fatta di sguardi straniti verso gli sciami di forestieri, incandescenti stand con pesantissimo cibo tipico che solo negli afosi contesti periferici delle estati concertistiche italiane si può respirare. L’attesa estenuante per il collettivo scozzese che a cavallo tra i due secoli ha idealmente accompagnato con le sue storie quotidiane e sfigate la disorientata Scozia delle droghe pesanti, della devolution, della riapertura dopo secoli del suo Parlamento, del coprifuoco di Glasgow del 2000, di Gordon Brown primo ministro, è resa ancora più estenuante dagli opening act. Non tanto Samuel Katarro che non si intrattiene sul palco per più di un quarto d’ora, fruttuosamente messa da parte la formazione solista per un trio di folk psichedelico tra Syd Barrett e stridente sbarello Sixties. Sembrerebbe seguire le tracce dei Jennifer Gentle in questo senso, ma il ragazzo toscano ha talento vocale. Starà a lui e alle sue scelte compositive, il destino di dilapidarlo come tanti suoi colleghi o di sfruttarlo. Potrebbe iniziare avvicinandosi al centro del palco senza estraniarsi  in quella scomoda posizione defilata. Il seguito crea più problemi. Complice anche un’insistente pioggerellina, prematuramente edinburghiana che si abbatte tra le minacciosi nubi di un Arezzo tutt’altro che afosa, estiva e vacanziera, La Fame Di Camilla, gruppo barese dalle deviazioni sanremesi (mi si fa notare che da Sanremo ci sono passati per davvero) che scopiazzando come le migliaia di inutili band da pub a destra e a manca, Coldplay, Travis e derivati, rende l’attesa una tortura.

Né fanno meglio i co-protagonisti della serata, i Baustelle. L’unico cinico merito di Bianconi e soci dà l’idea di essere quello di aver contribuito a tenere basso il prezzo più che onesto d’ingresso (20 euro). Trascinando ad Arezzo i propri seguaci, manco fosse un loro show. Seguaci che si defilano prima dell’inizio dei Belle & Sebastian. Un seguito fenomenologicamente non dissimile dalle mandrie che affollano festivalbar e i più recenti mega-raduni della loggia massonica di Maria De Filippi e affiliati. A giudicare dal tripudio di cellulari e coretti che accompagnano le canzoni dall’ultimo pleonastico capitolo della band di Montepulciano, “I mistici dell’Occidente” e dagli sguardi vacui con i quali ascoltano quasi spazientiti i brani meno recenti di quello che era uno dei nomi più originali del pop indipendente italico. “I provinciali” con cui entrano in scena si è trasformato così nel loro beffardo manifesto d’intenti. Prigionieri dei limiti dei mediocri personaggi descritti dal neo-crepuscolarismo bianconiano, si fa fatica a vederli cantori distaccati e disillusi di un contraddittorio mondo di case popolari, marlboro, sushi, milano, corso como, cinture d&g, avvocati rispettabili, calendari, guerre e capitalismo. Non è la solita facile critica ai radical chic italici che tengono in piedi o sono, peggio, l’altra faccia del berlusconismo. I Baustelle non sono dei sociologi, il loro sarà pure cut-up, ma per uno scherzo del destino, da qualche anno ci sono dentro senza essersene accorti. Il loro nuovo pubblico non è solo un effetto collaterale. Che poi Bianconi abbia studiato canto e finalmente riesca a cantare bene le sue canzoni è un contentino. Quando un approccio potente e altisonante da Liga-band con otto membri fa sì che di tre chitarre non se ne distingua mezza per tenere in evidenza, voci, tastiere e orchestrazione. Il resto lo fanno un controverso rasta pifferaio che fuma mentre suona e un batterista minorenne picchiaduro che sembra aver vinto un contest “Partecipa anche tu, inviaci il tuo assolo e suonerai coi Baustelle per una serata”. “La guerra è finita” è un lampo di leggerezza, così come “La moda del lento”. “Gomma”  “Antropophagus”, rispetto ai vecchi Baustelle (che Bianconi sarcasticamente ricorda come per qualcuno fossero meglio) avrebbero una struttura più ricercata e meno italica, ma perdono tutto in questo magniloquente impatto live da Cocciante vs My Chemical Romance. I Baustelle sono diventati i Dorian Gray dell’indie italiano. Ed è un peccato, ripensando al sussidiario illustrato della loro giovinezza che era anche un po’ nostra.

Meno male che c’è la Scozia. A riportare tutto sulla terra. A dare un po’ di sfigata concretezza, in contrasto con gli stanchi e stancanti specchietti per le allodole della scena italiana che conta, o in teoria dovrebbe contare. I Belle & Sebastian sono sempre stati degli sfigati. I loro impagabili personaggi sono medi e sfigati come loro. Nessuna beffa, nessuna finzione. Orgogliosamente autoreferenziali nei loro panorami crepuscolari, oscillanti tra iperrealismo, disincanto, non-sense e grottesco, fanno di Stuart Murdoch un simbolo dei nostri tempi. Il look non conta un cazzo. A quarantadue anni si può anche indossare un orribile abito nero con i pantaloni scampanati e una t-shirt bianca degli Smiths. Per non soffermarsi sulla pari onestà intellettuale e modestia che trasuda il resto della band. Verrebbe da urlare: “Pseudo-alternativi italiani, dinosauri della critica del belpaese, presunto paese reale, sedicenti e lagnosi paria della cultura italiana – per usare una citazione a tema – andate a farvi fottere”. Ecco cosa succede in Scozia da almeno quindici anni. “I Didn’t See It Coming” apre le danze naif degli otto scozzesi (anzi sette, perché Kildea è un nord-irlandese) accompagnati da un quartetto d’archi dell’orchestra aretina. Brano inedito dal nuovo album in uscita a ottobre, presentato in anteprima come “I’m Not Living In The Real World” . La prima si avvicina ai brani più compositi e iperarrangiati degli ultimi due album  da Supertramp immersi e annegati nei fiabeschi habitat dei Belle & Sebastian. La seconda diventa uno stupido ed efficace inno corale orchestrato dall’altro frontman, quel buontempone di Stevie Jackson. Manuale del live: coinvolgere la platea in un brano inedito con facili espedienti. Quali l’whoo whoo, su cui si regge il testo. Whoo, whoo che riecheggia con successo alla fine del brano.

Per il resto lo show è un esaltante excursus nella storia del collettivo di Glasgow. Trascurato purtroppo, “Tigermilk”, l’emblema dell’indie-pop quando indie voleva davvero dire indipendente, dal loro capolavoro “If You’re Feeling Sinister” arrivano “Like Dylan In The Movies” e l’omonima che sembrerebbe riecheggiare da una radio a bassa fedeltà.

Murdoch, improbabile anfitrione, piuttosto insistentemente interagisce a suo modo coi presenti. Inizia col cercare un interprete per i suoi monologhi, poi pretende di sapere per quanti sia la prima volta a un concerto dei Belle & Sebastian. Chiama due fortunate sul palco per accompagnarlo nelle sue goffe danze ancheggiate in “The Boy With The Arab Strap”, improvvisa un brindisi per il compleanno del batterista Richard Colburn, improvvisa “Wrong Girl” richiestagli da un fan nel pomeriggio con il socio Jackson voce meno originale ma sempre impeccabile. Ironizza sulle acclamazioni che precedono “The Fox In The Snow” prima ancora di suonare una singola nota. Il tutto funziona in brani come questi, in cui l’inconfondibile timbro disilluso e al tempo stesso trasognato di Murdoch scalfisce gli animi più duri.  Senza la minima sbavatura, gli eclettici musicisti dall’aria di clerk senza pretese né futuro, si divertono e fanno divertire. Tastiere e archi ad alta intensità. Fiati di un ottimismo disney. Ritmiche sempre leggiadre.

Se i brani dal già citato capolavoro, quali anche “Judy And The Dream Of Horses” e “Get Me Away From Here, I’m Dying”, hanno un impatto unico anche grazie alla loro carica emotiva, gli episodi meno cantautorali nell’ottica live non sfigurano. Tutt’altro, anzi risollevano l’atmosfera dagli abissi esistenziali delle storie tra noir, crudo realismo e latente sentimentalismo da lovestory finita male, in improvvisi sprazzi festaioli. Danno l’idea di party dopolavoro per colletti bianchi della Glasgow più precaria, ma si stampa un sorriso sulle labbra difficile da rimuovere. “I’m A Cuckoo” e “Step Into My Office Baby”, ripescati come “If You Find Yourself Caught In Love” da “Dear Catastrophe Waitress”, discusso disco della deviazione dal folk a bassa fedeltà che li aveva resi inimitabili. I nuovi Belle & Sebastian sono questi, una “Funny Little Frog” più quieta e rallentata dimostra come “Sukie In The Graveyard” che la vena da cantastorie non è mai stata sopita. Il sound è colorato e avvolgente, Stuart nonostante tutto tiene il palco come pochi contemporanei. Il crescendo di “Sleep The Clock Around”, altro estratto da “The Boy With The Arab Strap” è la degna conclusione per come tiene insieme le varie anime della band. Difficile chiedere di più. Eppure loro ce lo daranno con gli interessi nel bis.

Una straripante “Legal Man” aperta da un breve siparietto in cui è proposta “Smoke On The Water”, in chiusura mette il timbro su una serata memorabile.

Letti vuoti. Colloqui di lavoro. Lisa che bacia uomini come una lunga camminata verso casa. Anthony e Hillary nella camminata verso una morte come tante. Le scampagnate al cimitero di Sukie. Volpi nella neve. Comici rospi in gola. Cani su rotelle. Arab Strap. Il 1999 e l’amore. Ragazze sbagliate. I cavalli sognati da Sukie e le sue canzoni tristi. Gli Stati Uniti di Calamity Hey. Per un’ora e mezzo si entra in un eccentrico mondo parallelo, immaginario quanto vivido, resettando ogni contatto con la realtà.

L’ideale omaggio per la scomparsa di Cecile Aubry, l’autrice francese del libro da cui la band di Glasgow ha preso il nome per scrivere una delle pagine più incantevoli e inaspettatamente quanto fatalmente influenti dell’immaginario collettivo britannico.

  • I Didn’t See It Coming
  • I’m a Cuckoo
  • Step into My Office
  • Like Dylan in the movies
  • I’m Not Living In The Real World
  • If You’re Feeling Sinister
  • Sukie in the Graveyard
  • Fox in the Snow
  • Funny Little Frog
  • Dog On Wheels
  • The Boy With the Arab Strap (tbwtas)
  • If You Find Yourself Caught In Love
  • Wrong Girl
  • Judy And The Dream of Horses  (iyfs)
  • Sleep the Clock around (tbwtas)

  • Get Me Away From Here, I’m Dying
  • Legal Man

Piero Merola
http://www.kalporz.com/wp/2010/08/belle-and-sebastian-baustelle-samuel-katarro-concerto-al-play-art-arezzo-25-luglio-2010/

E' stato un po' come ritrovare dei vecchi amici, quelli che ogni tanto perdi di vista e con i quali ti ritrovi accorgendoti che qualcosa è cambiato, ma nell'essenza si rimane sempre gli stessi. I Belle and Sebastian dopo quattro anni di silenzio sono tornati in Italia per una data unica, lo scorso 25 luglio nella stupenda cornice della Fortezza Medicea di Arezzo per chiudere, preceduti da un apprezzato concerto dei Baustelle, la quarta edizione del Play Art.

I Belle & Sebastian ad ArezzoUn ritorno nel segno dell'entusiasmo, che ha unito gli oltre 3mila spettatori che hanno riempito il parco al collettivo scozzese, generoso di parole e di musica. Svanita l'ormai leggendaria timidezza delle esibizioni di inizio carriera, Stuart Murdoch (voce e anima del gruppo, che in questi ultimi tempi aveva "sacrificato" per dedicarsi alla composizione di un musical) ha trovato la giusta familiarità col pubblico, e con lui gli altri componenti della band. Ormai da tempo ogni loro concerto vive non solo di canzoni ma di dialoghi, battute, gag improvvisate più o meno riuscite che -appunto- denotano più un clima di festoso incontro tra amici che un concerto in senso stretto.

E festa è stata, perché, per una ripartenza che entro la fine del 2010 dovrebbe portare a un nuovo disco, i Belle and Sebastian hanno suonato, ovviamente, il meglio di tutto quanto finora hanno composto. Non sono mai vissuti di effetti speciali, i ragazzi di Glasgow, ma di semplicità e immediatezza, e continuano a battere questa via. Il loro pop-folk un po' nostalgico, tanto solare quanto venato di dolce malinconia, fatto di delicati ricordi adolescenziali ma anche di incertezze verso la vita che verrà, poggia ancora su basi solide. E' un romanzo di formazione fatto di melodia, oltre che di parole.

Certo, la loro storia musicale, ha subito scossoni più o meno forti (l'uscita dal gruppo della musa Isobel Campbell, voce e violoncellista del gruppo, fu una bella botta, otto anni fa), negli ultimi lavori la voglia di provare a far cose leggermente diverse aveva fatto perdere qualche grammo di quella spontaneità che era il punto forte della loro originalità, ma la dimensione live ha restituito buona parte di quell' "innocenza" che li aveva portati ormai al successo. Un successo non massificato ma venuto dal basso, da un disco uscito da un corso di musica professionale nel 1996 ed esploso col passaparola.

Questa è ormai storia, e sulla loro storia i Belle and Sebastian hanno fondato la scaletta della data aretina composta da una quindicina di pezzi, dei quali oltre la metà tratti da "If You're Feeling Sinister" e "The Boy with the Arab Strap", le pietre miliari della loro carriera.

In platea si balla, ma sul palco va in scena una spettacolo parallelo, con i ragazzi del gruppo ad alternarsi vorticosamente tra chitarre, basso, tastiere, batteria, violoncello, violino, percussioni, tamburelli e tromba (in più, sullo sfondo, c'era la "guest star" della serata, il quartetto d’archi dell’Orchestra Multietnica Aretina), ragazze dal pubblico "on stage" a ballare sulle note dell'"Arab Strap", brindisi con "spiumante" (per dirla alla loro maniera) per il compleanno del batterista, un improvvisato accenno di "Smoke On the Water", omaggio ai Deep Purple che avevano suonato lì due giorni prima, e uno Stuart Murdoch ballerino e scatenato come non mai con la sua t-shirt degli Smiths, e non è una scelta a caso.

E che lo spirito di Morrisey, ma anche dei Love, di Nick Drake, dei New Order e, ça va sans dire, dei Beatles, che aleggiano da sempre nella musica e nella poetica del gruppo di Glasgow, continuino sempre a ispirarli...

arezzo_1Unica data in Italia per i Belle & Sebastian al Play Festival di Arezzo.
I fan aspettavano da tanto un nuovo live - l'ultimo tour risale al 2006- e soprattutto un nuovo album, la cui uscita è prevista entro la fine del 2010.
La curiosità e la voglia di rivederli ci spinge ad affrontare 250 km Roma - Arezzo, in una caldissima domenica di fine luglio.
Ad accoglierci, per fortuna, un clima più clemente e la splendida cornice del Parco della Fortezza Medicea, location del Play Festival che aveva ospitato nei giorni precedenti Deep Purple e Litfiba.
Ore 19.30, aprono i cancelli.
In apertura, La Fame di Camilla, Samuel Katarro e neXus, e a seguire i Baustelle, freschi del successo del loro ultimo album “I Mistici dell’Occidente”. Il Baustelle si fanno ascoltare, il loro live è leggero, con le belle melodie e i brani che tutti, volenti o nolenti, conoscono e canticchiano.
Dopo di loro è la volta dei Belle & Sebastian.
Il cambio palco fa già pregustare quello che avverrà dopo: sul palco vengono posizionati 4 violini, 5 chitarre (acustiche e elettriche), trombe, tastiere, flauti.
Il concerto inizia con una frizzante I did't see it coming: sono solo Stuart, Stevie e Sarah sul palco e a seguire tutti gli altri raggiungono i loro strumenti, ne conto in tutto 10.
I fiati e gli archi sono protagonisti, insieme alle chitarre suonate con energia.
Il pubblico canta e balla contento, complice l'allegria e l'entusiasmo trasmessi dalla band che, soprattutto nella prima parte del concerto, non lascia spazio alla malinconia.
Nella setlist ripercorrono, in due ore di concerto, tutti i brani più significativi del loro percorso, a partire dai più recenti Step into My Office, Baby, I'm a Cuckoo, Funny Little Frog, If You Find Yourself Caught in Love.
Stevie presenta il nuovo brano, I'm not living in the real world, coinvolgendo il pubblico con un motivetto fatto di "uuuuus". Un brano allegro, decisamente frivolo ma divertente. In pieno stile B&S.
E tra un brano e l'altro festeggiano il compleanno di uno di loro, intonano un “Happy birthday to you” e stappano una bottiglia di spumante sul palco, non dimenticandosi di regalare un bicchiere simbolico al pubblico per brindare insieme.
Riprendono poi il live con If You're Feeling Sinister, Like Dylan in the movies e Sukie in the Graveyard.
Solo un accenno a The Wrong girl per esaudire una richiesta del pubblico, ma attaccano subito con Judy and the Dream of Horses. Non dimenticano Fox in the snow, Dog on wheels e The boy with the arab strap.
Come da copione invitano due ragazze a ballare sul palco, invidia di tutte le presenti.
Sleep the clock around chiude il concerto, ed è un esplosione di gioia e entusiasmo.
Un live molto bello, Stuart Murdoch è in perfetta forma e sembra che la band abbia ritrovato l'energia dei primi tempi. Alcuni pezzi vengono reinterpretati, con sonorità e apporti differenti, l'interazione e il dialogo con il pubblico è costante. La band viene richiamata sul palco e ci regala un bis di tutto rispetto con la malinconica Get me away from here i'm dying e Legal man, che non poteva certo mancare.
Un concerto caldo e avvolgente, e ora non ci resta che aspettare il nuovo album e sperare che confermi lo stesso entusiasmo. Bentornati Belle & Sebastian!
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Sara Ferraiolo

Image Io, M. e S. ci diamo appuntamento davanti al Rolling Stone con una mezz'ora d'anticipo sull'orario di inizio del concerto dei Belle and Sebastian. Io, ovviamente, sono lì in anticipo sull'anticipo e, tra me e me, faccio scommesse su chi tra M. e S. arriverà prima. Vinco la mia personale scommessa. Entriamo alle otto e trentacinque e la discoteca è già discretamente affollata, ma c'è ancora spazio verso il palco. Dopo avere lanciato qualche occhiata non propriamente decente ai numerosi bei ragazzi tra il pubblico che mi fanno sentire vecchio, ma vecchio, vedo che sul palco arrivano tre tizi che armeggiano intorno agli strumenti. Saranno i tecnici, penso. Invece, poco dopo, cominciano a suonare. Non sono i tecnici, ma il gruppo di supporto di cui né io né M. conosciamo alcunché. Il biondino con la camicia bianca e i jeans neri che è alla batteria - e che poi si scambierà il ruolo con il chitarrista - assomiglia molto a Shevchenko. Le canzoni non sono malaccio, con ritmi molto sincopati che variano in continuazione all'interno dello stesso brano, e si succedono senza soluzione di continuità. Mi colpisce soltanto una: "It's not the only way to be happy". Come è vero! E' la prima volta che suonano in Italia, dicono. Mi volto verso M. e gli dico: "Pensa che onore, magari diventano famosi e noi possiamo dire che c'eravamo". E accenno a quando, qualche anno fa, degli sconosciuti Coldplay fecero uno showcase alla Fnac. Alla fine mi sembra di capire che il loro primo album s'intitola "Field Music". Ho controllato: anche loro si chiamano Field Music - e sono nella prima foto qui sopra. Quando abbandonano il palco, salgono i tecnici che si danno un gran daffare per sistemare tutti gli strumenti dei Belle and Sebastian, che cominciano con una buona quarantina di minuti di ritardo. Sono in nove, ma i veri catalizzatori sono il cantante (e chitarrista e tastierista) Stuart Murdoch e il chitarrista (e cantante, a tempo perso) Stevie Jackson. Il primo è completamente vestito di nero e indossa una bombetta in testa. E' minuto e carino e quando si muove sembra quasi un agilissimo pupazzo. Canta e balla e quando balla mi ricorda il Jimmy Sommerville dei tempi andati. Stevie, invece, sembra un incrocio camp tra i robot kraftwerkiani degli anni settanta e, quando accenna qualche balletto, il Battiato degli anni ottanta. Devo ammettere che non sono un fan dei Belle and Sebastian, che fino a poco tempo fa conoscevo soltanto di nome, ma M. li ama molto, e da molto tempo. Quando ha saputo che sarebbero venuti in concerto a Milano mi ha chiesto se volevo andarci anch'io, e io, a mia volta, sapendo che piacevano anche a S. ho proposto che venisse anche lui, chiudendo così il cerchio. Però mi sono preparato e ho ascoltato il loro ultimo album The Life Pursuit e quello precedente Dear Catastrophe Waitress, insieme con una compilation che M. ha allestito appositamente a mio uso e consumo. Ho assistito quindi al concerto con l'atteggiamento mentale piuttosto libero di chi non si aspetta niente di particolare se non di ascoltare canzoni che fino a poco tempo prima gli erano sconosciute ma che ha imparato ad apprezzare. I Belle and Sebastian sono bravi e precisi: le esecuzioni sono perfette e non presentano approssimazioni o sbavature. Ovviamente il più carismatico è proprio Stuart Murdoch, che sembra catalizzare su di sé tutte le attenzioni, mentre gli altri - a parte, appunto, Stevie Jackson - restano piuttosto defilati e sotto tono, pur dando il loro contributo puntuale. Sarah Martin sembra anzi una ragazzina che sia salita sul palco a "fare una cosa" dopo essere stata interrotta mentre faceva qualcos'altro (la si immagina facilmente che, mentre stava annaffiando le piante o mettendo a posto la casa, qualcuno le abbia detto: "Oh, vieni a suonare un attimo" e lei ci sia andata, con lo stesso spirito di "matter of factness").

Non sono in grado di ricostruire la scaletta del concerto - anche perché non conosco il loro repertorio -, ma con il senno di poi posso dire che hanno presentato gran parte del loro ultimo album (Funny little frog, Another sunny day, Sukie in the graveyard, Song for sunshine, White collar boy - pescando dal pubblico un ragazzo che, effettivamente, aveva una camica dal colletto bianco - e, nel bis, The blues are still blue) e pezzi più vecchi, come The state I am in (a grande richiesta del pubblico), Electronic Renaissance - che a me, con il suo piglio electropop, è piaciuta molto -, I'm a cuckoo, Jonathan David - l'unica cantata da Stevie Jackson -, Your cover's blown.

Va detto qualcosa sul pubblico: come in ogni evento che si rispetti, c'è sempre qualcuno che ci rovina lo spettacolo. Stavolta erano tre ragazzi proprio davanti a me e a M., particolarmente scalmanati. In particolare uno di loro, che aveva pure la caratteristica di essere piuttosto corpulento e macrocefalo, si dimenava come un bufalo in preda all'etilismo e cantava (stonando parecchio) oppure lanciava urli inconsulti. M. si gira verso di me e mi dice: "E pensare che io ero contrario alla pena di morte". Gli rispondo: "Nemmeno io contemplavo la possibilità della tortura". Esattamente dietro di me, invece, c'è un ragazzo romano che fa il controcanto a tutte - ma proprio tutte - le canzoni, di cui conosce a memoria i testi. Dico a M.: "Adesso gli stringo i coglioni in mano, così si esibisce anche in un acuto". Alla fine vorrei fargli i complimenti per il concerto, ma soprassiedo. A un certo punto, invece, mi sale alle narici uno strano odore di bruciato. Mi volto e, accanto a me, vedo un ragazzo che sta fumando. Dunque: siamo stipati in un locale affollato - dove in teoria è vietato fumare - e questo mi accende una sigaretta sotto il naso. Lo incenerisco con lo sguardo e gli dico: "Be', potevi chiedermi se mi dava fastidio". Lui: "Ti dà fastidio?". Io, stizzito come sono io quando sono stizzito: "Sì, molto". Lui: "Scusa", e spegne la sigaretta.

Il concerto è durato poco meno di due ore e alle undici e mezzo circa siamo tutti sciamati fuori dal locale. Si è fatto freschino e noi tre ci rifugiamo in un "piccolo pub" in corso XXII Marzo prima di rientrare a casa per la notte - che neanche stanotte avrebbe fatto il suo colpo.

Cadavrexquis

Image Il Vox è affollato per la data di chiusura del tour europeo di Belle and Sebastian, che salutano tutti prima di volare in Giappone. In tanti sono qua per toccare con mano il nuovo corso della band, solare ed elettrico come gli ultimi due album, ma praticamente tutti sono venuti per rivivere i pomeriggi piovosi e le notti insonni passate ad ascoltare "Tigermilk" o "If You're Feeling Sinister". I ragazzi di Glasgow sapranno accontentare tutti: perfettamente affiatati nelle dinamiche del palco, terranno alto il regime della serata con i nuovi brani, per poi far spuntare all'improvviso classici e chicche per i fans.

L'attenzione da subito viene catalizzata da uno Stuart Murdoch divertito e divertente che non la smette di ballare, ammiccare e interagire con il pubblico delle prime file. Incuriosito dalla piccola gradinata davanti al palco, la usa più volte per sedersi quasi in mezzo alla gente, cantando seduto a un palmo dal nostro naso: “It's pretty intimate here”, fa notare. Ci vuole vedere negli occhi, per indagare gli strani fenomeni chimici che ci legano indissolubilmente alle sue canzoni. Dietro di lui la band è impeccabile, con un irresistibile Stevie Jackson ingessato nel suo completo mod (nonostante il caldo) e incorniciato dagli occhialoni dalla montatura grossa, che propone le sue buffe coreografie quando non impugna da par suo la Telecaster. Così scivolano dolci e irresistibili “Another Sunny Day”, “The Blues Are Still Blue”, “Sukie in the Graveyard”, “Funny Little Frog”...

Man mano lo show che procede si colora di ricordi, sparsi e frammentari come istantanee e vecchie pagine di diario, quando Stuart e i suoi pescano nello scrigno del passato. Il pubblico resta ipnotizzato mentre sbocciano “Judy And The Dream Of Horses”, “The Boy With The Arab Strap”, “Expectations”, “Get Me Away From Here I'm Dying”... Spuntano poi le immancabili “Jonathan David” e “The Loneliness of a Long Distance Runner”, sui cui Stuart ci invita a fischiettare il finale, mentre da “Tigermilk” arriva la pecora nera “Electronic Reinassance”, puro stupore e divertimento di tastiere giocattolo.

I Belle and Sebastian non hanno comunque intenzione di abusare dei ricordi, e saranno molte le perle del passato lasciate fuori per fare posto ai brani più recenti, ed evitare così di sprofondarci troppo nelle vecchie malinconie. Quando però Stuart si siede al piano e sussurra you know the world is made for men, not us non c'è storia, non importa quanto grande e grosso sei: sei assolutamente sicuro, ancora una volta, che in quell'us ci sei tu, tutte le volte in cui hai pensato di avere il guscio troppo sottile per reggere gli urti e le buche. Per un attimo Belle and Sebastian tornano ad essere i compagni delle passeggiate solitarie, la colonna sonora delle camerette chiuse a chiave.

Tutto però scivola via, ricordi, bis e saluti: alla fine anche questo concerto è già un biglietto da riporre nella scatola sotto il letto, assieme a qualche foto sbiadita e qualche pezzo della nostra vita da cui non sappiamo staccarci.

Perronegro
Link: http://www.kalporz.com/recensioni/belleandsebastian-mo-live.htm

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