Dopo gli anni a loro modo eroici della Jeepster e dell’affermazione del gruppo scozzese su larga scala, grazie a dischi come The Boy With the Arab Strap, Tigermilk e If You’re Feeling Sinister, è arrivata un’altra fase nella carriera della band di Stuart Murdoch. Stabilizzatisi a livello artistico e di popolarità, i ragazzi di Glasgow sono passati alla Rough Trade, marchio storico del rock inglese. The Life Pursuit è il loro secondo album per l’etichetta di Geoff Travis. Magari qualcuno non si aspetterebbe molto, invece dobbiamo dirvi che si configura come uno dei migliori nella carriera dei Belle & Sebastian. Alcuni cambiamenti intanto: ormai la dipartita di Isobel Campbell (di cui leggete altrove, su queste colonne, sempre nello spazio recensioni) è ormai da considerarsi ufficiale. Poi: alla produzione troviamo Tony Hoffer, che ha deciso di ricondurre il suono del gruppo a una dimensione più live. Mai sentite così tante chitarre in un disco dei Belle & Sebastian. Prendiamo per esempio White Collar Boy, puro boogie in stile Marc Bolan e T-Rex (doppiata subito dopo da The Blues Are Still Blue). Ma anche Another Sunny Day ha un pigio svelto e “brit” che riporta ai tanto citati (come paragone) Smiths. Gruppo in forma smagliante, quindi. Che azzarda anche delle concessioni più “intellettuali” alle sue abitudini, basti prendere come esempio Act of the Apostle, composizione divisa in due parti. Per i fan di vecchia data ci sono invece titoli in programma come To Be Myself Completely, We Are the Sleepyheads e For the Price of a Cup of Tea. Si chiude con una ballata “londinese”, a dispetto delle origini, chiamata Mornington Crescent. Il pezzo più lungo del lotto. Il più quieto. Sono sempre loro. Anche quando da Glasgow prendono la metropolitana per andare a Londra.
Autore: Rossano Lo Mele
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